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INTERVENTO SULLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO - di Carlo Visconti

Cari ragazzi/studenti,

l’Europa come la conosciamo noi non è sempre esistita, anzi: appena sessantacinque anni fa l’Europa era un luogo martoriato dalla guerra più devastante della sua storia, la II Guerra Mondiale, un conflitto con milioni di morti che sconvolgeva le vite dei cittadini europei (erano i nostri genitori o i nostri nonni).

Può dirsi che è proprio da quelle macerie che è nata l’Europa di oggi: e tra gli atti fondativi, sulla scia della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e come reazione a quegli indicibili orrori, può ben annoverarsi la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (o, più brevemente, Convenzione europea dei diritti dell’uomo, o Cedu).

La Convenzione europea dei diritti dell’uomo, infatti, è stata firmata a Roma il 4 novembre 1950[1], a cinque anni dalla fine della II Guerra Mondiale[2].

Nell’immediato dopoguerra gli Stati europei erano alla ricerca del modo in cui garantire la pace e la giustizia tra le nazioni. Ebbene, nel Preambolo della Convenzione è scritto che le basi della giustizia e della pace del mondo sono i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali[3].

Senza diritti e senza libertà, dunque, non c’è pace né giustizia.

E la pace e la giustizia possono essere mantenuti – si legge sempre nel Preambolo della Cedu – solo in presenza di regimi politici effettivamente democratici che abbiano tra loro in comune – almeno – il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali[4]:

«Democrazia in Europa significa in primo luogo rispetto delle libertà dei cittadini come pure del principio della preminenza del diritto»[5].

Dunque, i diritti dell’uomo sono alla base dell’Europa[6]. Nel Trattato sull’Unione europea[7] si afferma (art. 6.3 TUE) che

«I diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali»[8].

Gli Stati firmatari della Cedu (nel 1950 erano 14; oggi sono 47, 28 dei quali membri dell’Unione europea), per dare concretezza a tali diritti e libertà, crearono un organismo con poteri tali da garantirne l’effettività: la Corte europea dei diritti dell’uomo, con sede a Strasburgo.

La Convenzione ha dunque istituito un giudice molto particolare, la Corte di Strasburgo, per tutelare le persone dalle violazioni dei diritti umani[9]. Si tratta di una importante novità, è un aspetto quasi rivoluzionario rispetto alla posizione tradizionale dell’individuo nel diritto internazionale, in quanto per la prima volta un Trattato ha conferito veri e propri diritti alle persone in un contesto sovranazionale e al tempo stesso un Giudice al quale poter rivolgersi per chiedere tutela[10].

E come le sentenze di qualsiasi giudice sono vincolanti per i comuni cittadini, così le decisioni della Corte europea sono vincolanti per gli Stati coinvolti nella controversia (46, par. 1, Cedu)[11] e un organo apposito (il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa) è competente a vigilare sull’esecuzione delle sentenze.

La Corte in tal modo garantisce quei diritti, quali enunciati nella Convenzione, in uno spazio europeo “allargato” (47 Stati), ben più ampio dell’Unione europea (28 Stati) o dell’eurozona (19 Stati).

Ecco allora la particolarità del sistema della Cedu: non si limita ad enunciare diritti e libertà[12], ma predispone gli strumenti per assicurarne la tutela, l’effettiva realizzazione.

La Corte, con il suo lavoro, la sua giurisprudenza, svolge un ruolo fondamentale: chiarisce la portata dei diritti e delle libertà della Cedu, li interpreta, li “vivifica” e li sviluppa nel tempo.

Quali sono questi diritti?

Sono il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza, a un equo processo, al rispetto della vita privata e familiare, alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, alla libertà di espressione, di riunione e di associazione, al matrimonio; e poi la proibizione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti, il divieto della schiavitù e del lavoro forzato.

La Corte europea è artefice del diritto europeo dei diritti dell’uomo: ciò vuol significare che, con la sua giurisprudenza, la Corte di Strasburgo elabora un diritto vivente dei diritti umani, perché formatosi dalle fattispecie concrete dedotte in giudizio. Le norme della Convenzione europea «vivono nell’interpretazione che delle stesse viene data dalla Corte europea» (Corte cost., sentenza n. 348 del 2007)[13].

Ma quegli stessi diritti e principi sono applicabili e vivono anche a prescindere da un contenzioso, anche nella fisiologia dei rapporti: vivono negli Stati, nelle società e tra gli individui, e il loro contenuto – quale chiarito dalla giurisprudenza della Corte europea –  si adatta di volta in volta alle esigenze della vita e dei diversi contesti sociali, politici e culturali.

La Corte europea non si sostituisce alle Corti costituzionali o agli altri giudici nazionali dei Paesi membri della Convenzione. La Corte di Strasburgo, infatti, svolge un ruolo sussidiario ai fini della tutela dei diritti e delle libertà garantiti dalla Convenzione.

Sono innanzi tutto le autorità nazionali e i giudici dei singoli paesi a dover garantire quei diritti e quelle libertà, valutando anche le esigenze e i contesti locali.

La Corte di Strasburgo riconosce infatti che l’applicazione delle norme convenzionali europee deve tener conto delle diversità sociali e culturali, ed anche economiche e politiche dei vari paesi.

Occorre allora trovare un equilibrio tra due esigenze apparentemente contrapposte: da un lato, l’uniforme applicazione della Convenzione europea; dall’altro, il rispetto delle diversità statali[14].

Questo non deve sorprendere, perché i diritti fondamentali – come è stato autorevolmente osservato – sono posti al crocevia tra universalità e storia:

«Radicata nel valore della dignità umana, l’idea dei diritti fondamentali contiene necessariamente una dimensione universale. Radicata nelle specificità religiose, morali, linguistiche e politiche di ogni popolo, l’applicazione concreta di tali diritti avviene all’insegna della particolarità e del pluralismo»[15].

Avviandomi alla conclusione di questo breve scritto, vorrei sottolineare che nel sistema della Convenzione la Corte europea assolve ad un ruolo che va oltre la singola decisione sul caso concreto portato alla sua attenzione.

Infatti, l’azione della Corte di Strasburgo è di esempio per tutti gli Stati, anche per quelli non direttamente coinvolti nella singola controversia. La sua giurisprudenza in continua evoluzione costituisce un modello anche per gli Stati extraeuropei.

La Corte ha una forte influenza sulle realtà sociali dei singoli Stati, spesso orientando i processi di formazione delle leggi o l’interpretazione delle leggi esistenti, che deve essere fatta in modo “convenzionalmente orientato”, cioè il più possibile conforme ai diritti enunciati dalla Cedu e “vivificati” dalla Corte europea.

Interpretando la Convenzione europea, la Corte di Strasburgo è consapevole del ruolo assegnato ad essa dal Trattato di Roma, quello cioè di essere uno strumento per la garanzia collettiva e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

In conclusione, la sfida della Corte europea è quella di assicurare più di un contenuto minimo ai diritti sanciti dalla Convenzione: cioè di assicurare nel tempo più elevate forme di garanzie di quei diritti e di valorizzarne la massima espansione, nel rispetto della diversità nazionale dei singoli Stati e della sua natura sussidiaria[16].

Allo stesso tempo, la Corte deve consolidare anno dopo anno quello che potremmo definire lo ius commune europeo dei diritti fondamentali[17].

Per raggiungere entrambi questi scopi, la Corte di Strasburgo deve dialogare e cooperare anche con altre istituzioni, con altri giudici nazionali e sovranazionali – come la Corte di giustizia dell’Unione europea e le Corti costituzionali nazionali[18] – in vista della costruzione del futuro ordine costituzionale europeo, che possa assicurare elevati standard di tutela dei diritti fondamentali in tutta l’Europa.

 

[1] Ratificata in Italia con legge 4 agosto 1955, n. 848.

[2] Si noti: la Cedu è stata stipulata prima dei Trattati istitutivi della Ceca (18 aprile 1951) e della Cee (25 marzo 1957).

[3] Anche nel Preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si afferma che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo.

[4] Si tratta di una convinzione maturata all’epoca, quando le ferite della Guerra erano ancora fresche: il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani avevano portato ad atti di barbarie che avevano offeso la coscienza dell’umanità, come può leggersi anche nel Preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

[5] M. de SALVIA e V. ZAGREBELSKY, Diritti dell’uomo e libertà fondamentali, Introduzione, Giuffrè, 2006, XIII.

[6] In realtà, inizialmente i diritti fondamentali erano irrilevanti per il diritto comunitario. Solo a partire dal 1969 la Corte di giustizia europea ha affermato che i diritti fondamentali, quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri e dalla Cedu, fanno parte dei principi giuridici generali di cui essa garantisce l’osservanza. Solo successivamente si arriva al Trattato di Maastricht del 1992 (art. 6.2), che in sostanza codifica quanto acquisito dalla giurisprudenza, e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (la Carta di Nizza) del 2000, che ha lo stesso valore giuridico dei Trattati: cfr. G. TESAURO, Diritto dell’Unione europea, Cedam, 2012, 123 e ss.

[7] Nella versione modificata dal Trattato di Lisbona del 2007, entrato in vigore il 1° dicembre 2009.

[8] Ed in prospettiva, non sappiamo ancora quanto prossima, l’Unione europea aderirà alla Cedu (art. 6.2 TUE). Inoltre, ai sensi dell’art. 2 TUE «L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini».

[9] Si prescinde dalla loro cittadinanza: tant’è vero che spesso le controversie riguardano i c.d. migranti.

[10] Cfr. U. VILLANI, Dalla Dichiarazione universale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, Cacucci Editore, 2012, 69.

[11] Particolari obblighi di conformazione alle pronunce della Corte europea derivano dalle cosiddette “sentenze pilota”, emanate quando vengono presentati alla Corte numerosi ricorsi relativi alla stessa situazione giuridica interna all’ordinamento dello Stato convenuto, mettendo in evidenza un problema di carattere strutturale (per l’Italia, ad esempio, un caso ha riguardato il problema del sovraffollamento carcerario): in queste sentenze la Corte non si limita a individuare il problema che il caso presenta, ma si spinge sino a indicare (ai legislatori nazionali) le misure più idonee per risolverlo.

[12] Come avviene, ad esempio, per la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 o per il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966.

[13] Si veda l’art. 32 della Cedu, per cui il vincolo derivante dall’adesione alla Cedu si riferisce al contenuto attribuito alla stessa dalla giurisprudenza della Corte europea competente ad interpretarla.

[14] Agli Stati, dunque, è riconosciuto dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo un grado di discrezionalità sul modo in cui i diritti e le libertà garantiti dalla Cedu trovano applicazione a livello nazionale, tenendo conto delle relative e particolari circostanze e condizioni, soprattutto quando si tratti di questioni particolarmente controverse o complesse (pensiamo ad esempio al contenuto della morale, che può differire da paese a paese), in ordine alle quali non si riscontra una posizione condivisa tra tutti gli Stati aderenti alla Cedu.

[15] M. CARTABIA,  L’ora dei diritti fondamentali nell’Unione europea, in M. CARTABIA (a cura di), I diritti in azione, cit., 63; nonché Id, L’universalità dei diritti umani nell’età dei “nuovi diritti”, in Quaderni costituzionali, 3/2009, 556.

[16] D. TEGA, I diritti in crisi. Tra Corti nazionali e Corte europea di Strasburgo, Giuffrè, Milano, 2012, 112.

[17] G. SILVESTRI, Verso uno ius commune europeo dei diritti fondamentali, in Quaderni costituzionali, 2006, 24.

[18] Da ultimo, sull’argomento, si vedano i volumi che raccolgono gli atti del XVI Congresso della Conferenza delle Corti costituzionali europee, tenutosi a Vienna il 12 e 13 maggio 2014, avente ad oggetto La cooperazione tra le Corti costituzionali in Europa (per una recensione: U.G. ZINGALES, in Riv. trim. dir. pubb., 3/2015, 1107-1110)

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