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Crisi della Giustizia Non sparate solo e sempre sulle Procure - di Carlo Visconti

Caro direttore, come al solito una fase di un procedimento penale, una richiesta di due pubblici ministeri in un’udienza di un processo famoso, ha scatenato una tempesta di commenti, di valutazioni, di apprezzamenti, talvolta discutibili o anche di cattivo gusto, da parte di tante persone.
Molte di queste, probabilmente non hanno letto neppure uno degli atti processuali sui quali si deve fondare ogni richiesta motivata del pubblico ministero ed ancor di più, ogni decisione del giudice.
Ma l’aspetto più grave di questo processo che vede imputato di omicidio l’onorevole Andreotti, dunque un senatore a vita, una persona che da più parti viene definita un vero e proprio statista, nessuno lo ha fatto rilevare.
Mi riferisco, in particolare, alle notizie di stampa secondo le quali, la sentenza di questo processo sarebbe prevista per la primavera del 2000, cioè tra un anno.
Forse è questo il vero scandalo.
Ed è su questo scandalo che dovrebbero misurarsi quanti hanno avuto la responsabilità dello Stato nel passato e quelli che l’hanno tuttora. Se si consente il trascorrere di un anno tra la richiesta di ergastolo per omicidio nei confronti di un uomo di Stato, un uomo sempre in evidenza nella vita pubblica nazionale e persino ripreso dalla televisione mentre il Papa gli riserva un caloroso saluto, allora vuol dire che il nostro è un Paese incivile.
È un Paese incivile perché la gente non può avere alcuna fiducia nella giustizia, non può rispettare i giudici e i pubblici ministeri.
È un Paese incivile perché si affanna tanto a discutere se inserire nella Costituzione che i cittadini hanno diritto ad un processo in tempi ragionevoli, ma poco o nulla fa di concreto per assicurarlo.

Nelle aule di giustizia c’è scritto che la legge è uguale per tutti. Ma quanti pensano che questo motto debba essere cancellato perché non è così? Quanti aspettano da anni una sentenza che li liberi dall’incubo di una accusa ingiusta o che metta riparo ad un ingiusto torto subito?

Tutti parlano di riforme che vedono come oggetto il giudice o il pubblico ministero. Tanti gridano che l’abuso in atti di ufficio deve essere riformato o che il falso in bilancio deve essere depenalizzato. Ma quanti in realtà hanno davvero a cuore il funzionamento del processo civile e di quello penale?

In Italia, in molti uffici giudiziari si cuciono ancora i fascicoli con lo spago, alla faccia dei più semplici sistemi di rilegatura.
Gli atti dei processi si affogliano in mastodontici fascicoli, con un puro ordine cronologico e non secondo un filo logico.

La cassazione si appresta ad esaminare il ricorso di Totò Riina ed altri boss mafiosi condannati per delitti «eccellenti» commessi tra il ’79 e l’82. Il movimento dei diritti civili chiede la liberazione del magistrato Diego Curtò condannato definitivamente per corruzione. A Napoli magistrati contro magistrati e magistrati contro avvocati discutono così animatamente del progetto pilota del presidente del tribunale ma intanto in appello il processo per l’omicidio del povero Giancarlo Siani ancora non finisce e Dio solo sa quando arriverà in cassazione. Mentre il processo ai presunti assassini di Silvia Ruotolo è slittato a giugno. Ed i processi di tangentopoli rischiano di prescriversi.

Tutti chiedono che i pubblici ministeri siano separati dai magistrati giudicanti. Tanti reclamano l’espulsione quasi totale dei magistrati dagli uffici del ministero della Giustizia. Si parla della giustizia del 2000 e si chiede un non bene identificato giusto processo, senza specificare se i ricchi o i potenti debbano avere lo stesso trattamento dei poveri o dei diseredati. Tanti offrono un proprio pacchetto giustizia mentre dovrebbero dire invece «paccotto» giustizia. I più, infine, si ostinano a dimenticare che la giustizia deve essere un servizio essenziale dello Stato e non pura esercitazione dialettica. Mi chiedo allora se non può essere più utile, che tante infuocate energie vengano convogliate in una reale volontà di restituire alla giustizia la dignità che si conviene ad un Paese che vuole essere moderno. Se non può essere più utile, per una volta almeno, contraddire Albert Einstein e sostenere che la conoscenza è più importante dell’immaginazione.

Carlo Visconti
originale pubblicato su Il Corriere del Mezzogiorno del  6/5/99

Crisi della Giustizia Non sparate solo e sempre sulle Procure - di Carlo Visconti