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UNA RIFORMA ANTI - OMERTA’ di CARLO VISCONTI

Come al solito, quando si parla di omertà, c’è più di qualcuno che si scandalizza. È già accaduto in passato. Subito dopo la barbara uccisione di Silvia Ruotolo, l’omertà civile che aveva circondato quel delitto, gridata a chiare lettere, creò perplessità e sconcerto in varie autorità.

Sono seguiti altri delitti atroci nei confronti di bambini, altre prove di forza della camorra in pieno giorno con bombe ed uccisioni ma l’omertà è rimasta sempre lì, a guardia del potere criminale che la considera una sorta di terreno di coltura per i suoi arricchimenti.
E già, perché l’omertà è figlia della paura ed è sulla paura della gente che il camorrista si ingrassa a piacimento. Molti hanno affermato che le cose però sono cambiate, che Napoli si è rinnovata e che la città è migliorata. Che Napoli sia un po’ migliorata in vari sensi è certamente fuor di dubbio.
Ma sostenere che ad un tratto, l’omertà sia scomparsa, mi sembra un po’ azzardato. Liberarsi dall’omertà richiede un impegno costante e prolungato. Richiede un cambiamento di mentalità che ha bisogno di un processo di maturazione della gente.
Si può facilmente comprendere come politici ed amministratori siano portati a rassicurare comunque e ad ogni costo l’opinione pubblica. Ma un sottile pericolo si annida in queste rassicurazioni, il rischio che la gente creda veramente che l’omertà non esiste più e che del problema non occorra più parlarne. Se ciò accade non c’è più speranza. L’omertà ce l’abbiamo sulla pelle, perché è più comoda, non è rischiosa, non espone, ci sembra che sia più conveniente e, soprattutto, non fa perdertempo. Far capire ai ragazzi, insegnare agli studenti che è giusto denunciare il sopruso, l’imbroglio, la violenza significa discuterne e discuterne ed ancora discuterne. Eppure qualcuno ritiene che questo lungo lavoro sia stato già fatto e che la collega Boccassini, venuta da Milano, e quanti prima di lei hanno gridato contro l’omertà, in realtà nulla hanno capito di Napoli.
Un camorrista emigrato in altra regione dell’Italia, poi divenuto collaboratore di giustizia, ha rivelato che lui ed il suo gruppo, non si azzardavano mai a «fare l’estorsione» a commercianti ed imprenditori del luogo perché costoro avrebbero subito denunciato. Meglio rivolgersi ai conterranei che pagavano senza fiatare. Ed allora ciò vuol dire che la cultura dell’omertà civile è più forte che mai dalle nostre parti e che rapidamente, non è cambiato e non poteva cambiare proprio nulla.
Non mi pare di aver sentito di alcun serio pubblico dibattito sull’omertà in città da un anno a questa parte. Evidentemente, per miracolo, insieme al sangue di San Gennaro si è sciolta anche l’omertà civile della gente. Nessun aumento delle denunce per usura ed estorsione, silenzio sulle linee telefoniche antiracket, gravi delitti scoperti in larga parte grazie all’aiuto dei collaboratori di giustizia. Forse è tempo che chi ha responsabilità politiche o legislative, ponga concretamente mano a qualche norma che induca il cittadino a non aver paura di denunciare. L’estorsione, l’usura ad esempio, non si scoprono se chi le subisce non collabora. Una norma che consenta di tutelare fino alla conclusione del processo, l’identità del denunciante non dovrebbe esser poi così difficile da studiare.
E non si venga a dire che la Costituzione questo non consente visto che per altri fatti si è posto mano a nuove norme costituzionali. Sarebbe un segnale forte per i cittadini, i commercianti e gli imprenditori che continuano a subire. Se ciò non accade, le organizzazioni di categoria che dispongono di mezzi e di danaro potrebbero organizzare un’iniziativa di legge popolare che ha bisogno soltanto di 50.000 firme a norma dell’art. 71 della Costituzione. E se chi fa leggi a tutto ciò non pensa e se cinquantamila firme non si trovano, vuol dire che hanno ragione Ilda Boccassini e quelli che hanno parlato di omertà civile.

Carlo Visconti

originale pubblicato sul Corriere del Mezzogiornodel 15/12/1998

UNA RIFORMA ANTI - OMERTA��� di CARLO VISCONTI