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Silvia Ruotolo - di Carlo Visconti

o letto stamattina 10 giugno 2017 l’intervista di Alessandra Ruotolo sulla edizione napoletana della “Repubblica”. La mamma di Alessandra, Silvia Ruotolo fu uccisa nel giugno 1997, sotto casa a Salita Arenella a Napoli,da un proiettile esploso nel corso di una sparatoria di camorra. Leggendo le parole di Alessandra la mente mi si è affollata di ricordi. Alessandra era piccola, le fu strappata crudelmente la mamma da parte di alcuni mostri che andarono a sparare in quella strada, solo perché era giunta al boss che governava il Vomero di Napoli,  la notizia che stava transitando un esponente del clan avverso. Fu organizzato un commando in piena regola, fu bloccata un’intera strada ed incominciarono a sparare. Per nulla, solo per eliminare un soggetto di un clan rivale e dare un segnale di forza militare. Mi furono affidate le indagini, quale Sostituto Procuratore di Napoli,corsi sul posto, poi mi recai all’Ospedale dove avevano portato nel frattempo la povera Silvia Ruotolo. Incontrai il papà di Alessandra e gli giurai: li prenderemo. Un anno terribile di lavoro duro e continuo. Cavilli, difficoltà procedurali, un inferno. Le indagini iniziarono subito, la Polizia si tuffò a corpo morto con una febbrile attività di investigazione. Decine di testimoni avevano assistito alla sparatoria perché intrappolati nelle auto bloccate in quella  stretta e lunga stradina dell’Arenella. Molti avevano visto tutto. Quantomeno lo svolgersi dei fatti. Nessuno si faceva avanti per aiutarmi a ricostruire l’accaduto. Feci un appello sui quotidiani di Napoli, ma nulla, nessuno parlava.Ed allora decisi di gettare un sasso nello stagno per cercare di smuovere le coscienze. In un’intervista parlai dell’ “omertà civile” dei napoletani che assistevano impassibili a delitti spaventosi senza parlare, senza collaborare con gli inquirenti. Supplicai dicendo che non mi occorrevano riconoscimenti di persona, volevo solo potere per lo meno ricostruire i fatti. Niente. Anzi il sindaco di allora, il cardinale di allora, mi risposero con interviste che mi bacchettavano severamente, per essermi permesso di definire omertosi i cittadini,sia pure nell’accezione di cui parlavo prima. Non mi scoraggiai, con gli uomini della Squadra Mobile di Napoli ci rimboccammo le maniche. Ci fu un depistaggio e fu arrestato un presunto sparatore. La stampa ne diede gran risalto.Ma c’era qualche dubbio. Insieme al collega Luigi Gay,attualmente Procuratore a Potenza, in silenzio continuammo a lavorare. Riuscimmo ad identificare un uomo del clan che aveva ucciso, si era nascosto in Calabria. Fu arrestato ed incominciò a collaborare. Ci spiegò che l’uomo che avevamo arrestato non era che un ladruncolo e non aveva ucciso né partecipato all’agguato. Dopo aver ottenuto la convalida dell’arresto di costui, perfino davanti al Tribunale del Riesame, lo scarcerammo. Interrogatori, confronti, intercettazioni, giorni di lavoro durissimo con l’ossessione di prendere gli uomini che avevano strappato Silvia Ruotolo al marito, ad Alessandra ed al suo fratellino. Pian piano raccoglievamo elementi. Apprendemmo che un uomo del commando si era rifugiato ad Urbino da una zia. I Carabinieri lo avevano arrestato per un caso fortunato mentre si nascondeva per le scale durante un controllo al marito della zia,pregiudicato. Volammo ad Urbino per interrogarlo fino a notte fonda. Negava tutto ostinatamente. Ma io e Luigi Gay eravamo convinti di essere sulla strada giusta. Lo arrestammo, arrestammo il boss del Vomero che pervicacemente fingeva di essere paralitico.Ne trovammo le tracce al Casinò di Venezia e sulla Vespa per le strade di Napoli.Sapevamo che aveva corrotto in precedenza alcuni medici nel carcere di Napoli. Lo trasferimmo nel carcere di massima sicurezza di Parma. Fu scarcerato ben tre volte per cavilli formali. Ogni volta, lo arrestavamo all’uscita del carcere. Fu un inferno quell’estate del 97.Polemiche accuse ingenerose agli inquirenti. Ma non ci fermammo. Avemmo ragione, gli ergastoli inflitti dal Tribunale di Napoli furono confermati fino in Cassazione.

Carlo Visconti, Magistrato