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Relazione del Presidente Paolo Grossi sulla giurisprudenza costituzionale del 2016

Non posso, in apertura, esimermi dal ricordare che il 2016 è stato l’anno della tragedia dei disastri sismici nell’Italia centrale. Il pensiero va, naturalmente, alle vittime e poi ai sopravvissuti, la cui vita è stata, sotto tanti aspetti, devastata. Le macerie riguardano non già solo, evidentemente, gli edificii e i monumenti, ma il dolore per tutto quanto, d’un tratto, è andato perduto: sul piano della vita materiale e su quello della vita morale, con  le ferite inferte perfino alla dimensione simbolica di tante piccole e antiche comunità. Interpretando un sentimento che reputo comune, vorrei esprimere, in una sola parola, tutta la nostra più intensa e possibile vicinanza solidale nonché la speranza nella ricostruzione  e soprattutto nella rinascita.      

 

1.-  In quale altro modo un giudice può dar conto della propria attività – anche un giudice sui generis, come quello delle leggi – se non riferendo della propria giurisprudenza? E in quale altro modo può riferire della propria giurisprudenza se non cercando di evidenziare, più che gli occasionali contenuti delle singole pronunce, soprattutto gli itinerarii processuali che, attraverso di queste, si sono via via andati formando?

Un discorso sui modi o, se si vuole, sulle procedure attraverso cui si sono stratificate le risposte alle diverse domande di giustizia costituzionale può, del resto, consentire di cogliere linee di tendenza o traiettorie, nelle dinamiche istituzionali e interpersonali, alle quali attribuire significati: al di là dei tecnicismi di maniera e dei loro, più o meno fallaci, esoterismi, anche nell’esperienza della Corte le forme rappresentano vere e proprie sostanze e di queste esprimono la concretezza e quasi la carnalità. Si tratta solo di avere la pazienza di soffermarcisi, per osservare i fenomeni con pacatezza e  cogliere nei dettagli la proiezione di un insieme: non solo, cioè, i “punti”, ma le “linee”, per non farsi travolgere dall’ondata del mero esistente o dal clamore dell’evento particolare.  

Del resto, è proprio attraverso questo prender forma nel processo che le situazioni di vita solitamente configurate in termini di diritti e di doveri, espressive di principii e di valori, possono sottrarsi a una dimensione meramente declamatoria e acquisire, infine, sembianze e consistenze più reali. Ed è qui, dunque, nell’apparente aridità delle forme, che possono incanalarsi, ben oltre le semplici aspettative, le istanze rivelatesi insoddisfatte sul piano della legislazione.

Azzardando tra le metafore, si può ripetere, infatti, che, davanti al giudice delle leggi, è come si riaprisse un procedimento normativo non andato, in certo senso, a buon fine: o, meglio, è come se il discorso sulla legislazione, di carattere intrinsecamente emendativo, riprendesse a svolgersi fuori dal piano della politica e si trasferisse, entro i limiti suoi propri, nella dimensione eminentemente giuridica: nella quale, oltre i confini della “lite” e tuttavia con le garanzie di un contraddittorio, gli argomenti e le ragioni si confrontano in termini di compatibilità e sono valutati secondo una razionalità ragionevole o, se si volesse, secondo bonum et aequum. Come se l’ordinamento avesse, con ciò, un’occasione continua per rigenerarsi o, quasi, per “ossigenarsi”, attraverso inesausti e salvifici travasi, nella permanente dialettica tra stabilità e mutamento.  

Nella prospettiva della giustizia costituzionale, è palese, in questo senso, che il sindacato finisca per riguardare non tanto i “contenuti” di ciò che si è voluto o non voluto, le luci e le ombre, il pieno e il vuoto, le ridondanze o le lacune della normazione, che sono il frutto di valutazioni intrinsecamente discrezionali; ma, piuttosto, le “qualità” delle discipline o delle mancate discipline e dunque la congruità delle scelte rispetto ai fondamenti della convivenza: a ciò che, pur nel mutamento, si consideri irrinunciabile e indisponibile nel sistema dei valori costituzionali e, dunque, nell’esperienza storica della comunità. Del resto – per ripetere alcune ben note parole di Calamandrei (pronunciate il 26 gennaio 1955, in una conferenza milanese a un gruppo di studenti universitarii e medii) – «La Costituzione  non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità».   

Parlando di modi e di procedure, si vuole, perciò, far riferimento non già, evidentemente, a semplici formalità o a vuoti formalismi, cioè alle mere esteriorità di atti o di comportamenti, pedissequamente conformi a canoni o a modelli prescritti, sia pure dai “precedenti”; ma, piuttosto, agli stili e ai linguaggi adoperati nei processi della comunicazione, tra le persone attraverso le istituzioni, costitutivi e decisivi dei loro risultati. O anche, più astrattamente, si vuol rinviare a quella sorta di mentalità di tipo “procedurale”, vale a dire inerente al “metodo”, secondo la quale non è sufficiente che sussistano le ragioni di qualcosa perché ne sia, per ciò stesso, garantito il riconoscimento; ma è necessario che esse sappiano trovare la via per esprimersi e gli strumenti più adeguati per affermarsi.

Il discorso che segue, dopo alcune considerazioni complessive, terrà distinto, per ciascun tipo di giudizio, il piano delle “domande” prospettate alla Corte rispetto a quello delle “risposte”. Darà poi anche un sommario conto di dati relativi alle nuove domande pervenute nonché di attività istituzionali o culturali svolte nell’anno.  

 

2.- Il 24 febbraio 2016 il Presidente Alessandro Criscuolo ha, per motivi familiari, rassegnato le dimissioni dal suo incarico, continuando a svolgere il mandato di giudice. Nella stessa data, la Corte ha eletto, unanime, il nuovo Presidente nella persona di chi vi parla e sono stati nominati Vice-Presidenti i giudici Giorgio Lattanzi (vicario), Aldo Carosi e Marta Cartabia. 

Il 7 novembre si è dimesso, per ragioni di salute, il giudice Giuseppe Frigo, appena dopo il compimento del suo ottavo anno di mandato: il Parlamento, come è noto, non ha ancora provveduto ad eleggere il suo successore.

Desidero dedicare un memore pensiero ai giudici emeriti scomparsi nel corso dell’anno, Paolo Maria Napolitano, Gabriele Pescatore e Francesco Greco, i quali sono stati valorosi e stimati componenti di questo collegio. Desidero anche associare nel ricordo Serena Oggianu, la giovane assistente di studio del giudice Carosi che, dopo tanta silenziosa e partecipe sofferenza, ci ha lasciato da poco più di un mese.

Il dato della collegialità è, per la Corte, non solo l’espressione di un lavoro, per tanta parte, collettivo o corale, ma il timbro del suo carattere e della sua stessa identità: quelli di un’istituzione chiamata a svolgere il proprio cómpito attraverso il non sempre facile esercizio quotidiano del confronto e dello scambio, con l’apporto del patrimonio di intelligenza e di sensibilità che ciascun giudice ha coltivato nel proprio àmbito professionale e che, per apparente paradosso, si valorizza proprio nel momento in cui confluisce in uno spazio di esperienza comune. E che coinvolge, sia pure in diverse maniere, una pluralità di persone: dagli assistenti di studio, attraverso il carattere strettamente fiduciario del loro rapporto, ai responsabili dei servizi e degli uffici, agli addetti e a tutto il personale, civile e militare, comunque in servizio presso la Corte; in un’organizzazione che, sulle linee tracciate dai giudici, affida poi, in primo luogo, alla responsabilità del il delicato cómpito di garantire, giorno per giorno, i difficili equilibrii di una complessa, anche se non estesa, comunità di lavoro e di servizio.

A tutti coloro che ne fanno parte, e specialmente a Carlo Visconti, l’attestato della gratitudine della Corte, della quale volentieri mi faccio interprete, con l’auspicio che il più giovane degli organi costituzionali della Repubblica sappia sempre mantenere, anche nel suo apparato, adeguata coscienza del proprio carattere e del proprio ruolo……OMISSIS